L'Ulisse del mondo NBA (e non solo): storia e viaggi di Malcolm Thomas jr

Un ragazzo con la valigia sempre in mano e che sta provando disperatamente a costruire la sua carriera
 di Domenico Landolfo  articolo letto 146 volte
Malcolm Thomas
Malcolm Thomas

Malcolm Thomas jr è un ragazzo che vive con la valigia in mano, una di quelle strapiene di scarpe in cui poi alla fine non è che resta molto spazio. Tra le miriadi di sneakers si intravedono un paio di scarpe da basket, magari usurate dal tempo, magari che fanno capolino qua e là insieme a qualche shirt e abbigliamento sportivo: siamo pronti, partiamo. La verità è che l’armadio a casa, in California, è pieno di divise legate alle più disparate società cestistiche, americane e non solo, perché per Malcolm, prima o poi “lui” arriverà, e tutto questo peregrinare avrà un senso. (Per la cronaca quel “lui” è un contratto garantito per esprimere il proprio talento in NBA)

Il suo passaporto in questi giorni si è visto imprimere un nuovo timbro, con dei caratteri strani sopra, quello della Russia, di Mosca e del Khimki, con coach Bartzokas che lo ha osservato a lungo e gli ha dato fiducia, concedendogli un biennale, autentica rarità per il ragazzo del Missouri, che può ben dire di battere qualsiasi record in termini di trasferimento da squadra a squadra, che farebbero apparire il buon Luke Ridnour – additato per questa consuetudine qualche anno fa – un misero dilettante.

Dicevamo che la sua carriera, per un’ala strutturata che può giocare tre o quattro a seconda delle necessità, parte in Missouri, a Columbia, a un tiro di schioppo da quel college dove papà Thomas sr era stato un all american. Ma l’uomo non fa parte del bagaglio dell’atleta neo arrivato in Russia, ci si sposta in California ed è qui che dopo la High School arriva la borsa di studio per il college. Credete nelle coincidenze? Inizia a Pepperdine, a spizzichi e bocconi come ogni junior, si trasferisce al San Diego Community College dove diviene un crack assurdo, venendo eletto miglior giocatore della contea californiana, con 21 e 11 di media senza neanche allacciarsi le scarpe. Arriva il passo, decide che di libri ne ha visti abbastanza e si elegge al draft, ma a pochi giorni ci ripensa e finisce a San Diego State, dove giocherà in ala al fianco di Kawhi Leonard, per due anni, arrivando anche a buoni risultati.

Quando però stavolta si iscrive al Draft, nessuno gli regala una possibilità e – come dice lui – questo per molti avrebbe significato la fine, ma Thomas vuole portare a casa soldi e ancor prima vuole continuare a giocare a pallacanestro, così quando arriva la chiamata dalla Korea, di cui conosce poco o nulla, dice al suo agente ok, e di qui in poi non si fermerà più. Firma con i Mobis Phoebus a 350.000 dollari, cifra assurda per un rookie (che prendono meno della metà) gioca alla grande, e scrive a referto 21 punti e 11 rimbalzi con 3 stoppate e altrettanti assist, ma dopo tre mesi (in cui comunque non aveva trovato un ambiente consono visto che aveva bisogno dell’interprete anche durante le partite)  viene mandato via dopo 3 mesi.

L’America diventa l’inizio di tutte le sue mille peripezie, tra una D-League in cui gira e tanto: sua metà preferita sono i Los Angeles D-Fenders, che gli permettono di restare in California vicino a sua figlia, ma anche gli Austin Toros, che gli insegnano l’arte di vincere degli Spurs. Ci saranno anche tappe ai Rio Grande Valley Vipers e ai Santa Cruz Warriors, nel 2014 finisce anche all’All Star Game come uno dei prospetti più interessanti in circolazione e nel mentre ci sono tante capatine in NBA. Il giorno più importante è quello del 13 Gennaio 2012 quando in maglia Spurs esordisce con 1 rimbalzo in 2 minuti sul parquet contro Portland. Ci saranno altri spezzoni, una cinquantina in tutto, divisi, oltre che con la maglia nero argento anche con quelle di Jazz, Warriors, 76ers e Chicago, la franchigia in cui sembrava essersi trovato meglio, dal cui taglio è rimasto più deluso.

L’Europa per lui non sarà un qualcosa di nuovo perché nella stagione 2012-2013 era stato David Blatt a chiamarlo al Maccabi Tel Aviv, anche se in quella stagione le sue ginocchia quasi del tutto prive di cartilagine gli avevano dato qualche grattacapo di troppo. Nell’ultima stagione aveva ben figurato nel campionato cinese, con la maglia dei Jilin Northeast Tigers, ed ora eccolo di nuovo ad una chiamata importante, che magari potrebbe dargli un po’ di tranquillità, quello che forse più gli è mancato in un infinito peregrinare di tante tappe, senza che ci fosse mai una direzione, un qualcosa a cui legarsi e in cui la costante è stata quella valigia, sempre chiusa un po’ in maniera forzata, sul letto, con le scarpe da basket pronte a essere spolverate, ancora una volta, per tornare a squittire sul parquet.