Un sistema in tilt o l'alba di una nuova frontiera? Neymar, Curry & Harden...
E l’estate che sta passando è una di quelle che ricorderemo, non sarà solo per gli scambi, gli affari e le tematiche che ogni giorno andiamo a ricercare e raccontare. La NBA è un mondo che sta cambiando, questo è oramai un must che da gennaio ci si ripete dopo che dalla Olympic Tower di New York, sulla Fifth Avenue, è uscito il nuovo Collective bargaining agreement, ossia il nuovo contratto collettivo del mondo cestistico americano che fino al 2023 eviterà serrate e problemi, ma soprattutto garantirà 24 miliardi di dollari (grazie ai diritti tv) alla lega di Adam Silver. Gli effetti del nuovo accordo stanno già rivoluzionando il mercato, con i giocatori che ricevono estensioni a massimi ritoccati sempre più su, a cifre mai viste, ma il reale valore è davvero rispecchiato dal lauto compenso?
Non è un problema che ci si pone solo con riguardo al mondo NBA, se pensiamo all’ultima follia degli sceicchi in campo calcistico che han portato al trasferimento di Neymar dal Barçelona al Paris Saint Germain per la cifra di 222 milioni di euro, con un bel sotterfugio (per aggirare il fair play finanziario UEFA) e un giro economico tra contratti al giocatore, future sponsorizzazioni e quant’altro che va oltre il raddoppio della somma sovra menzionata. Potremmo guardare anche ai contratti dei giocatori NFL (ma lì si crea anche un problema di assicurazioni mediche) o di MLB (in cui però è diversa sia la profilazione dei giocatori che il loro inserimento in franchigia, o in minor ad esse riconducibili, sia le scappatoie per le cessioni) ma il parallelo tra calcio e basket può essere di esempio.
Quando negli anni ‘90 Michael Jordan raggiunse il suo apice cestistico, aveva già un lauto contratto di esclusiva o quasi per la Nike, che sommato ai quasi 40 milioni a stagione, han fatto di lui un’icona dello sport business senza alcun ombra di dubbio. Non c’era da dimenticarsi che l’asso da North Carolina aveva polverizzato o quasi gli stipendi di Magic, Isaiah o Bird. La storia ha dimostrato che His Airness è stato il giocatore più dominante della storia, il più decisivo nonché quello che è più riconducibile in maniera immediata al mondo della palla a spicchi. Dopo l’ascesa ai Bulls, nel mondo cestistico ne sono passati di campioni, Iverson, Kobe, Shaq, Duncan, i soldi, parametrati alla diversa era economica erano comunque tanti, sui 30 milioni annui per alcuni di questi, ma è stato il contorno a crescere, sponsor tecnici, altri brand anche slegati dal mondo dei parquet che ha fatto lievitare e gonfiare i portafogli.
Oggi proprio a partire dal paese che aveva dato il là alla crisi economica, nonché dai suoi potenziali “nemici” sul piano strategico dell’economia e della politica mondiale, ossia gli stati arabi ad alto tasso petrolifero, parte questa rivoluzione copernicana. Si discute, non solo nei bar, quanto grandi campioni del passato avrebbero guadagnato alle cifre attuali, perché se un Neymar, eccellente giocatore da top 15 al mondo ma comunque non ai primi posti della storia, almeno finora, vale oltre il mezzo milione di euro, allora un Maradona, un Pele un Cruijff avrebbero avuto un peso ancor più devastante se solo non avessero sbagliato epoca.
Si dice sempre che “erano altri tempi” ma il discorso resta di attualità guardando a quanto James Harden e Steph Curry andranno a guadagnare nei prossimi 4/5 anni, con i due contratti NBA più elevati di sempre, quasi 45 milioni a stagione. Inutile far partire il tam tam sul merito, perché come lo stesso MJ ha dimostrato, solo con un gruppo vincente si può vincere, però quello che cambia è la percezione. Non attrae di certo la grande riconoscibilità che il folletto dei Warriors ed il Barba di Houston hanno, anche perché oltre al basket per loro c’è altro, con Curry, testimonial Under Armour se ce n’è uno, ha un fascino ben noto alle famiglie da classico bravo ragazzo sempre con la figlioletta al seguito, mentre Harden, testimonial di punta Adidas, è sempre impegnato in iniziative di beneficenza un po’ in giro per il mondo, e ha nella sua “appearence” un segno indistinguibile di riferimento.
Il punto su cui riflettere è invece legato a quella fascia di giocatori intermedi, i “né star né comprimari” che con questi contratti di nuova generazione avrà cifre ben più alte di tanti grandi nomi del passato. Questi giocatori, che magari hanno uno sponsor tecnico ma di sicuro non sono testimonial per quella marca, vedranno arrivare nei propri portafogli ricchi contratti, meritati sicuramente per l’impegno, ma svilendo necessariamente quel legame che vuole i talenti e i giocatori poco sopra la normalità divisi da un giusto gap remunerativo. Potrebbe essere la fine della democrazia e della meritocrazia dello sport americano, in quanto se è si è allargata la deep pocket legata al salary cap, di sicuro solo i team di mercati maggiori avranno il pieno potere di pescare anche sul fondo del barile per allestire roster più lunghi e più forti - oramai l’esempio Golden State five stars si spreca - e questo sarebbe una grande perdita per il mondo a stelle e strisce, che da sempre è la terra delle opportunità, testimoniato dal draft e dal suo voler riequilibrare le cose (e i ci scuseranno i tifosi 76ers per questa frase mentre arrivano le notizie di altri ritardi nel rientro di Embiid e Simmons sul parquet).
