Nelle ultime ore è salita alla ribalta una frase di LeBron James che ovviamente ha fatto il giro del mondo, non necessariamente nell’accezione corretta: “Mi piacerebbe giocare in una squadra con Chris (Paul), Carmelo (Anthony) e Dwyane (Wade). Sarei disposto a ridurmi l’ingaggio per giocare con i miei amici e vincere”.
Una frase che di per sé è un sogno sostanzialmente irrealizzabile, ma che almeno per una volta non è da vedere nella solita chiave (a tratti anche giustificata): “Ecco, torna alla carica il LeBron GM che quando le cose non vanno fa mercato”.
A testimonianza di ciò c’è un bellissimo articolo scritto per Bleacher Report da Howard Beck che parla in maniera approfondita del rapporto tra James e Anthony, facilmente poi adattabile anche agli altri due componenti del quartetto, come testimonia la foto.
I due sono arrivati assieme nella lega e dopo aver portato 11.000 spettatori a vedere una loro partita di High School, hanno condiviso lo stesso draft, pregustando il fatto di giocare uno a Cleveland e l’altro a Detroit con relativa possibilità di proseguire una bella amicizia. Purtroppo i Pistons si sono messi di traverso scegliendo Darko Milicic e impedendo ai futuri campioni 2004 di avere anche Anthony a roster.
I chilometri erano troppi per avere un rapporto continuo, ma al primo incontro dei Nuggets a Cleveland, Anthony scende dal bus e viene portato via da una macchina privata prima di raggiungere l’albergo. Ovviamente è quella di LBJ: “Abbiamo parlato della partita e di tutto il resto per ore –ha detto James- niente a tavolino e niente di premeditato, solo per il piacere di stare insieme”.
In quella partita entrambi tirarono malissimo e giocarono anche peggio spingendo coach Bzdelik a dire: “Erano stanchi e spossati ancora prima della palla a due. Hanno sofferto l’hype di un incontro così particolare per loro”. L’inizio di carriera di Melo è stato migliore rispetto a quello di James, nonostante il secondo posto al Rookie of the Year e quando i Nuggets hanno esordito ai playoffs contro i Timberwolves, in prima fila al Pepsi Center c’era LeBron con la maglia di Carmelo: “In quel momento ho capito definitivamente che tra noi c’era qualcosa di vero e genuino –ha detto- che andava oltre a tutto il resto”.
Il continuo dualismo o la supposta rivalità non ha più scalfito la corazza della loro amicizia e sebbene James abbia vinto molto di più a livello personale e di squadra, tutto è rimasto come agli inizi. Chauncey Billups ha detto che se Carmelo fosse stato scelto da Detroit sarebbe stato un giocatore migliore grazie alla presenza di veterani come lui, Hamilton e i Wallaces. Forse anche con dell’argenteria anulare in più.
A confermare tutta questa storia, evoluita nel tempo c’è stata anche la vacanza della scorsa estate, quella dove le rispettive famiglie con i nipoti che chiamano i rispettivi “zio LeBron” o “zio Carmelo” si sono ritrovate per una vacanza di gruppo ed è stata sfondo di una foto che oltre a condensare un quantitativo incalcolabile di talento, mostra che anche nell’NBA del business, dei soldi e delle rivalità, possono esistere amicizie e rapporti umani genuini e senza dietrologie.
Scordatevi di vederli tutti con la stessa maglia un giorno da qualche parte, ma prendetene esempio per mettere nella giusta ottica i rapporti umani corrosi dall’invidia dei soldi e del potere che esistono, ma non sono la totalità.
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