The Last Dance, la recensione degli episodi tre e quattro

Nuovo lunedì, nuovo appuntamento con la miniserie ESPN: gli episodi tre e quattro si concentrano su Dennis Rodman e Phil Jackson, ma non solo
27.04.2020 19:14 di Paolo Terrasi Twitter:    Vedi letture
The Last Dance, la recensione degli episodi tre e quattro

Episodio III
Il capitolo si apre con il terzo violino dei Chicago Bulls, la variabile impazzita, il bad boy, Dennis Rodman: l'adolescenza difficile, gli inizi ai Pistons, la depressione, lo scambio in Michigan (suggerito dall'assistente di Jerry Krause), ed il focus sul suo ruolo nella Chicago del 98,. L'assenza di Pippen porta al rimbalzista a salire di livello col suo gioco: il maggiore coinvolgimento e responsabilità portano il "signor Madonna", prima svagato e demotivato, a migliorare le sue prestazioni. Il documentario si sposta ancora indietro nel tempo, tornando agli albori della dinastia Bulls: il primo "The Shot" di Jordan, contro i Cavs, significa la prima grande vittoria da parte di Chicago, allenata allora da Doug Collins. Tuttavia, la cavalcata si arresta contro i Detroit Pistons, famosi per giocare duro ai tempi. Tornando ai "giorni nostri", da una parte tengono banco le speculazioni sul futuro di Jordan, dall'altra il rientro di Pippen porta Rodman a sentirsi trascurato, demotivato, al punto che chiede l'impensabile: una vacanza a Las Vegas. "Ok" disse Phil Jackson "hai 48 ore".

Episodio IV
Rodman venne recuperato da Jordan stesso a Las Vegas dopo quasi una settimana di tempo e di bagordi. C'è un motivo per cui tornerà rapidamente a rigare dritto: Phil Jackson, uno dei due temi centrali dell'episodio. Le origini di coach Zen, con i titoli ai Knicks, le droghe (viene chiamato "hippie" senza mezzi termini da Charlie Rosen, autore delle sue biografie), e gli esordi in panchina a Puerto Rico, il tutto sotto le influenze di Buddhismo e le credenze dei nativi americani: Jackson non è mai stato un soggetto qualunque, ne dentro ne fuori dal campo. Dentro il campo, lo sviluppo dell'attacco triangolo ("feticcio" di Tex Winter, storico assistente di Jackson) è il pretesto per analizzare lo sviluppo di Jordan, da stella solitaria a maggiore uomo squadra. Un processo non immediato, che vede prima la nuova sconfitta contro i Pistons, e la scelta coraggiosa di esonerare Doug Collins: il tanto vituperato Jerry Krause prende la decisione che sconvolgerà la dinastia, promuovendo Jackson come capo allenatore. Un anno dopo, grazie ai dettami del triangolo, i Bulls si prendono la rivincita sui Pistons, con un 4-0 così netto che fece scappare Detroit dal campo prima ancora del fischio finale, negando le consuete strette di mano. E qui impazza il dibattito: Isiah Thomas, leder dei Pistons, afferma che fosse prassi, citando i Celtics di Larry Bird, mentre Jordan dissente con questa tesi. Subito dopo, nella prima finale, la prima gioia: il primo titolo, la sublmazione del Jordan competitor assetato di vittorie, che si tramuta da compagno odioso, incazzato, vendicativo e velenoso quasi, ad un Jordan vulnerabile, umano, ebbro di felicità. La chiusura è nuovamente nel 98, con nuovi problemi che contraddistinguono i Bulls: mentre fuori dal campo Jerry Krause sembra sempre più allontanare Jordan dai Bulls, gli Utah Jazz, in rimonta, mettono in dubbio la supremazia di Chicago.