The Last Dance: la recensioni degli episodi sette ed otto

Penultimo appuntamento con il docufilm su Jordan ed i Bulls: tema dominante il ritiro nel 93, il punto più basso del numero 23, e la rinascita.
11.05.2020 20:20 di Paolo Terrasi Twitter:    Vedi letture
The Last Dance: la recensioni degli episodi sette ed otto

Episodio VII
L'ultimo giro dei Bulls, nel 98, è arrivato ai playoff, ma la fatica sostenuta in gara 1 contro i decisamente non irreprensibili Nets è una finestra su quando Jordan era veramente ma veramente stanco: il 1993, anno in cui, complice anche la morte improvvisa del padre, MJ si ritirò per dedicarsi al baseball, suo sogno da bambino e sogno del compianto James. Jason Hehir ci porta nei retroscena di quella discussa scelta, tra le illazioni dei media ed il peso di una pressione che colpì duramente la leggenda dei Bulls. 
L'esperienza di Jordan nel diamante fu piena di alti e bassi, con la polemica per la copertina di Sports Illustrated che porta ancora oggi ad una sorta di embargo da parte del 23 nei confronti della rivista. I Bulls privi di Jordan non andarono affatto male, guidati da un rampante Toni Kukoc, ma furono lontani dalle ambizioni da titolo, ed il vuoto di potere creatosi in assenza di His Airness, fu responsabile parziale del caso Pippen, con il numero 33 che si rifiutò di giocare i secondi finali di una gara di playoff, perché non aveva ricevuto il compito di prendersi l'ultimo tiro. Una frattura forte nello spogliatoio, che apre la finestra sui metodi motivazionali di Jordan. Mike spiega come per lui vincere sia la priorità, e sia disposto a tutto per farlo, anche ad essere dispotico e tiranno nei confronti del suo compagno. Ma quando gli viene chiesto se abbia sacrificato il suo essere un "bravo ragazzo", prima dice che "se non vuoi giocare in questo modo, non farlo", ma poi interrompe le riprese prima di prorompere in quello che sembra un pianto. Rimpianti? Solitudine? 

Episodio VIII
Tolta la fatica in Gara 1, i Nets nel 98 vengono eliminati facilmente: il secondo turno presenta un ex compagno di Michael, BJ Armstrong, parte integrante del primo threepeat Bulls. L'ex Chicago trova il modo di vendicarsi, con una partita da ricordare, ma nei festeggiamenti desta il lato più competitivo di Jordan: quello della vendetta personale. Viene citato il caso di Labradford Smith, un rookie che dopo una partita da 36 punti, fece lo splendido con Jordan: il 23 si vendicò con 37 punti nel solo primo tempo, per poi confermare che non era neanche vero che Smith gli avesse mancato di rispetto. Jordan cerca sempre motivazioni ulteriori per "dare più benzina alla sua macchina". Un fuoco interiore che lo portò a tornare nel basket nel 95: annata conclusa con la precoce eliminazione ai playoff, contro l'altro ex Horace Grant, per via di un Jordan anche non al meglio dopo i quasi due anni "sabbatici". La prima stagione "intera" del Jordan post ritiro, la 95-96, iniziò col pugno in faccia a Steve Kerr: un segno dell'iniziale scollatura tra Jordan ed i suoi compagni, totalmente cambiati rispetto al primo titolo del 91. Il pugno, però compattò la squadra, che vinse 72 partite (record battuto solo nel 2016 da Golden State) ed il titolo, ottenuto contro i Seattle Supersonic. Particolarmente toccante la gara per la vittoria, arrivata nel giorno della festa del papà, che ci regala l'immagine di un Jordan in lacrime dopo il quarto titolo.