Olimpia Milano: cosa chiedere a Andrew Goudelock?

Tante aspettative, luci chiare e ombre da testare. Questo è il futuro di Goudelock a Milano.
 di Simone Mazzola Twitter:   articolo letto 2208 volte
Olimpia Milano: cosa chiedere a Andrew Goudelock?

Punti e disponibilità verso il gruppo.

La cosa più intelligente da chiedere ad Andrew Goudelock sarebbe quella di mettere a tabellone più punti possibili.
Ma non può essere la sola perchè, posto il fatto che la capacità realizzativa dell’ex Maccabi non è assolutamente in discussione, servirà avere da lui qualcosa di più.

Forse il primo punto della wish list di Simone Pianigiani è di trovare la coesistenza produttiva con Jordan Theodore in un backcourt che fa sognare i tifosi e ha praticamente tutto per essere di prima fascia anche in Europa, ma deve ovviamente trovare la quadratura del cerchio. Il famoso discorso da bar dei due palloni e della ripartizione dei tiri è la punta di un iceberg  che i due leader della squadra dovranno aggirare.
L’arrivo del Mini-Mamba a Milano ha fatto subito tornare alla mente l’acquisto dell’indimenticato Keith Langford, arrivato come uno dei migliori marcatori puri d’Europa (cosa che è ancora oggi ad anni di distanza), ma anche uno dei peggiori difensori a livello di attitudine mentale. La stagione 2014 ha dimostrato che in molti casi il suo sacrificio andava ben oltre la nomea e questo deve essere l’obiettivo di Goudelock in questa stagione.

Nell’intervista rilasciata al sito ufficiale dell’Olimpia Milano ha ammesso di essere stato il bersaglio degli attacchi avversari che lo consideravano il peggior difensore, ma dopo essere stato alla corte di Trinchieri e Obradovic la sua comprensione del gioco e qualità difensiva è migliorata. Ora si sente un buon difensore che unito a uno dei migliori realizzatori uno contro uno, potrebbe creare un mix davvero esplosivo per i biancorossi.
Spesso si analizza il basket troppo a compartimenti o con etichette prestampate, ma probabilmente i successi che si aspettano ‘Drew e la società, passeranno anche da come un giocatore tendenzialmente individualista saprà mettersi al servizio della squadra enfatizzando i propri pregi e limando i difetti in nome dell’obiettivo finale. Dovrà essere bravo lui, dovrà essere bravo il coach e dovrà essere bravo il gruppo. Probabilmente il suo grado d’efficacia e solidità a 360° potrà essere la vera cartina al tornasole della stagione biancorossa, sperando in un Keith Langford 2.0.