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23, molto più che un numero: da Mj a Lbj la tradizione si rinnova

La storia del numero 23, che fu prima di Michael Jordan ed ora è di LeBron James
16.09.2014 10:00 di Luca Servadei Twitter: @lucaserva  articolo letto 157 volte
LeBron James

Il numero 23 è un numero “felice”. In matematica si definiscono tali, quei numeri che se sostituiti con la somma dei quadrati delle proprie cifre, forniscono il numero 1 come risultato al termine del procedimento di scomposizione. Solo il 12% dei numeri si definisce “felice”, gli altri, seppur del tutto inconsapevoli della propria condizione, sono considerati “infelici”.
23 è anche un numero primo, un numero perciò “solo”, come Mattia ed Alice, protagonisti del celebre romanzo di Paolo Giordano.
Felice ma solo, apparentemente una contraddizione. Anche la matematica a volte sa essere un’opinione...

23 è il più basso numero di bacchette necessarie per irrigidire un cubo, il numero atomico del vanadio, quello delle coltellate a Giulio Cesare (“Tu quoque Brute, fili mi!”), dei figli di Adamo ed Eva, e nella smorfia napoletana rappresenta “ò scem” (lo scemo).

Ma, soprattutto nello sport, il numero 23 è, e sarà sempre: Michael Jeffrey Jordan, tutt’altro che: “ò scem”.

Il motivo che si cela dietro alla scelta del numero che accompagnerà “His Airness”, lungo tutto il corso della propria leggendaria carriera è senza dubbio tipico della complessa mentalità americana: difficile da credere, ma incredibilmente vera!
Anche se il tuo nome verrà per sempre ricordato come quello del più grande giocatore di ogni epoca, da ragazzino, devi avere avuto un modello cui ispirarti. Quello di Michael è il fratello maggiore Larry, che lo batte regolarmente negli 1 vs 1 e gioca titolare alla Laney High School, indossando il numero 45. Il 23 è la metà del 45 arrotondata per eccesso, dato che Michael con gli occhi luccicanti ed ebbri di ammirazione afferma di voler diventare, un giorno, bravo, almeno la metà di quanto lo fosse Larry, il suo modello. Ora come spesso accade, l’allievo tende a superare il maestro, chiedere al Verrocchio che dopo aver visto dipingere il giovane Leonardo, chiuse la propria bottega per dedicarsi ad altri piaceri della vita.

Dalla Emsley A. Laney High School, ai Chicago Bulls, passando per il college a North Carolina, con il 23 ben saldo sulle spalle fino al 6 ottobre 1993, quando straziando l’anima di milioni di appassionati, annuncia il suo (primo) ritiro. L’omicidio del padre, guarda caso il 23 luglio del 1993, aveva del tutto prosciugato la voglia di giocare di Michael, tre volte campione NBA, tre volte MVP delle Finals, oro alle Olimpiadi di Barcellona alla guida della più intensa e gagliarda squadra che sia mai stata schierata e concepita in qualsivoglia sport, campionato o competizione, prima e dopo di allora.

L’esilio, durato solo un paio d’anni, termina con la pronuncia delle semplici, ma quanto mai efficaci: “I’m back”, parole che come un terremoto scuotono la Lega, improvvisamente di nuovo nelle mani del suo legittimo proprietario dopo due anni di dominio texano. La persona che parte per un viaggio, non è, però, quasi mai la stessa che torna, e lo stesso vale per MJ. I Chicago Bulls, in segno di devozione nei confronti del loro personalissimo Messia, hanno infatti nel frattempo ritirato la jersey con il numero 23, rendendo impossibile, dunque indossarla nuovamente. Finalmente, dopo avere ampiamente colmato il gap, con il fratello Larry, Michael può indossare il mistico numero 45 senza vergogna nè timori reverenziali. “He’s back!”

A volte si sa, “È meglio stare zitti e dare l’impressione di essere stupidi, piuttosto che aprire bocca e fugare ogni dubbio”. Avrebbe dovuto essere a conoscenza di tale detto anche Nick Anderson, ala-guardia degli Orlando Magic, quando al termine di gara 1 della semifinale della eastern conference nel 1995 si lasciò andare ad un’improvvida e bellicosa dichiarazione: “Si, certo il 45 è forte, ma niente a  che vedere con il 23!”.
Colto nel vivo, dalla partita successiva, MJ torna ad indossare il 23, pur dovendo pagare una multa (salata) per ogni partita disputata con quel numero sulle spalle.

Il resto è storia: un altro three-peat, un nuovo ritiro, un nuovo ritorno, un altro 23.. Chissà, se anche la recente scelta di LeBron James, di tornare ad indossare il numero 23, per omaggiare il “Più Grande”, nel suo personalissimo #StriveForGreatness, contribuirà a rendere il 23 un numero ancora più felice, certamente meno solo, sicuramente ancora primo!

P.S. Il 23 e il 45 non sono gli unici due numeri indossati da MJ nel corso della sua permanenza nella NBA. Nella stagione 1990/1991, infatti, un tifoso dei Magic (si ancora loro), entrò nello spogliatoio dei Bulls prima di una partita e riuscì a rubare la divisa di Jordan. “His Airness” fu costretto allora a scendere sul parquet con una canotta con il numero 12 e priva di nome. L’“Innominato”, mise a referto 49 punti. Neanche quello di Alessandro Manzoni, fu mai così spietato.


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