NBA playoffs: Manu Ginobili, la mano de dios (restaurata)

È complicato quando si parla di Manu Ginobili, perché le certezze non esistono e la capacità di stupirti non è chiaro se è ciò che ti fa amare lui o la pallacanestro. Le partite decisive sono decise dagli uomini che possono dire di aver vissuto varie vite cestistiche, ma per l’uomo di Bahia Blanca è qualcosa di più di vincere e perdere: è il modo in cui lo fa che cambia il corso, di una partita o di una serie.
Ora le cose stanno così: se dovessimo limitarci al mero calcolo delle statistiche, varrebbe la pena sottolineare che il #20 in questi playoff viaggiava a poco meno di 3 punti per allacciata di scarpe, con un tiro timido e a bassa percentuale, che provava di tanto in tanto l’imbucata per i compagni, terminata più spesso rispetto alle sue medie con una infrazione di piede. Non poteva però restarsene a guardare, era ed è sempre la controfigura di quel che Popovich non riesce a esprimere con la sua mimica posata e perfetta: Manu è sanguigno, ha quel qualcosa in più e quella “cazzimma” che deve essere trasmessa ai compagni. La risposta è la seguente: 12 punti, 7 rimbalzi e 5 assist (li elencheremo tutti).
Il problema è che Houston, al termine di una gara 5 equilibrata, sia nei regolamentari che poi nel supplementare (in cui per 3 minuti su 5 il parziale è 0-0) quando arriva la linea del traguardo sembra sempre chiuderla, con una tripla di Gordon che chiude quel break di 12-3 che potrebbe spezzare ogni velleità. Serve qualcuno che faccia qualcosa di inaspettato e la palla è nelle mani dell’argentino, che in quell’ultimo minuto metterà prima l’assist per Aldrdge, poi in ritmo Mills per una tripla, e infine batterà in 1 vs 1 Harden per il pareggio a quota 101. A dire la verità con le assistenze ne avrebbe fatta un’altra per la tabellata dell’australiano al limite sulla sirena, ma l’instant replay dice che non è buona, overtime.
Quando Beverly e Ariza mettono due triple granitiche nel supplementare, in cui come si è detto si segna pochissimo, la partita sembra girare: con i Rockets che duplicano costantemente Kawhi Leonard e Aldridge che viene marcato in anticipo per evitare il post basso, la scelta dell’argentino, che oramai ha il pallino del gioco è chiara, trovare l’accoppiamento migliore sul peggior difensore avversario: Green prima mette la tripla su una uscita perfetta e poi servito con il tempo giusto arriva al ferro segnando e subendo il fallo del +3. Ci sarebbe pronta la risposta ed è qui che Manu compie il suo capolavoro: non forza il campo su Anderson, sa che può fermare Harden, vuole farlo.
Aspetta il tempo giusto, il Barba sembra essere sbucato e sta per sparare, ma come in un western di vecchia data è la sua mano furtiva che da dietro stoppa il #13 dei Rockets, cancellando anche solo l’intenzione di quel tiro che sarebbe valso il pareggio. L’AT&T Center è in tripudio, si è visto qualcosa che non succedeva da un po’. Non è la stoppata dell’ammiraglio Robinson che cambia la serie contro i Pistons, anche perché quella era una Finale, ma questa partita, questi momenti, sono quello che rende i San Antonio Spurs qualcosa di eccezionale. Ginobili non ha niente da invidiare a una carriera di qualsiasi altra superstar: ha imposto il suo gioco nel tempo, ha vinto titoli, ori, mondiali, lo ha fatto a modo suo, senza adattarsi a uno schema di tanti fuoriclasse.
Ora non avrà quei capelli fluenti che gli fruttavano qualche sfondo, né sempre quel primo passo bruciante, ma potrebbe con una singola serata aver deciso una serie. Perché Kawhi ha tenuto in piedi la baracca facendo tante piccole cose nel corso della gara, Aldridge idem, ma sono quelle scelte che lui, ancora una volta, ha imposto negli ultimi decisivi momenti di partita, a vincerla. E non lo ha fatto da solo, magari prendendosi un tiro: si è fidato dei compagni, ha scelto l’uomo giusto, nel contesto giusto e al momento giusto, ricevendo la risposta che cercava.
La religione di Manu è la condivisione: rendere più forte il gruppo in cui lui può essere il centro motore ed emotivo. La sua capacità di portare gli altri ad un livello superiore è quello che ha caratterizzato la sua carriera e che ancora gli permette, quasi da fermo, di poterla spiegare nei 48 minuti di gioco. Sta in questo forse la grande differenza con Houston e specie con un giocatore tanto eclettico quanto lui come James Harden: laddove il Barba, che comunque chiuderà con la tripla doppia, ha un sistema per fidarsi dei compagni, ma se deve prendere una decisione agisce d’istinto, o per meglio dire con lo sconfinato e infingardo talento che madre natura gli ha donato, Manu sa bene quando spingere l’acceleratore in proprio e quando servire il compagno, che sarà al posto giusto e avrà la possibilità di essere servito solo in un momento preciso. E se il passaggio arriverà dal #20, magari non sai come o non lo vedrai partire o sarà una fucilata, si può stare certi che sarà preciso, puntuale e perfetto: un attestato di stima e fiducia che merita di essere ripagato con un canestro.