I San Antonio Spurs sono stati una delle franchigie più statiche, quadrate e quasi ripetitive degli ultimi cinque anni NBA, dove l’unica mossa sostanziale è stata quella di scommettere su un giocatore in uscita dal draft, scambiandolo per George Hill ovvero quello che poteva sembrare il loro breakout player del futuro.
In un rarissimo caso di win-win situation gli Indiana Pacers hanno portato a casa un ottimo giocatore che faceva al caso loro andando a coprire un buco in point guard, mentre gli Spurs hanno puntato tutte le fiches su Kawhi Leonard.
Passato sotto silenzio in sede di draft, nessuno si sarebbe aspettato che quel giocatore dal fisico e dall’atletismo spaziale, ma ancora incredibilmente acerbo e grezzo, in pochi anni sarebbe diventato l’MVP delle finali.
Nonostante il premio conseguito e le chiavi della squadra che stanno passando nelle sue mani, Kawhi non si accontenta. Non gli basta aver allestito un arsenale offensivo di grandissima levatura, unito alla solita insuperabile difesa. Non è sazio nemmeno di essere menzionato all’interno di noveri elitari poco sotto Durant e James. Esige da se stesso ancora di più. “Nella prossima stagione voglio essere considerato un all-star e punto a vincere l’MVP della lega”.
Sono affermazioni di grande rilevanza, soprattutto perché vengono da una personalità schiva, tranquilla e quasi enigmatica che usa le parole con un’incredibile parsimonia.
“Il giocare per gli Spurs -ha proseguito- mi ha aiutato tantissimo a crescere come giocatore e professionista, perché mi ha permesso di farlo in poco tempo. Ma ora voglio essere inserito in discorsi con chi ha cambiato questo gioco e qualunque sia il livello a cui dovrò arrivare, punto a raggiungerlo”. Con l’arrivo di Aldrige, un mercato per la prima volta intrapreso da protagonista e un giocatore simbolo che spende queste parole a due mesi dall’inizio della regular season, c’è da pensare che gli Spurs possano concepire solamente una parola l’anno prossimo: vittoria.
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