Ogni volta che arriva una competizione ufficiale che riguarda le nazionali, si ripropone il solito problema dove sulla carta una squadra potrebbe essere fortissima, con la classica postilla del: “Si, ma chi viene?”.
Se per le nazionali normali perdere magari un paio di giocatori NBA potrebbe comportare la differenza tra l’uscita al primo turno o una potenziale zona medaglia, per il Team USA il discorso si fa leggermente diverso.
Il bacino di talento da cui gli States possono attingere non ha limiti ed è talmente tanta la quialità e varietà degli atleti che i continui forfait non sembrano scomporre particolarmente gli obiettivi. L’unica cosa cambiata rispetto a una ventina d’anni fa è che chi è chiamato in causa non si può presentare in pantofole pensando di poter disporre di ogni avversario a piacimento.
Ora il Team USA è chiamato a difendere la medaglia d’oro conquistata e dovrà farlo senza molti dei giocatori che abbiamo potuto ammirare sino alle ultime battute nella stagione NBA.
La lista dei: “Sono onorato, ma…” è davvero lunga e in questi ultimi giorni post gara 7 di finale le defezioni illustri si sono succedute.
Che LeBron James dopo il titolo rispondesse: “No grazie” era quasi scontato, ma a lui si sono accodati Kawhi Leonard, Damian Lillard e Steph Curry ovvero tranquillamente quattro dei primi 15 giocatori dell’ultima stagione.
Di contro Kevin Durant ha fatto sapere di volerci essere, così come Carmelo Anthony che vuole raggiungere il suo ennesimo successo con la maglia a stelle e strisce per provare poi a ripeterlo anche nella sua franchigia d’appartenenza.
Hanno risposo si anche DeAndre Jordan, Jimmy Butler, Klay Thompson, Kyle Lowry, DeMar DeRozan, Paul George, Draymond Green e DeMarcus Cousins mentre Kyrie Irving è ancora in decision making e scioglierà solo all’ultimo la sua riserva.
Questo significa, come dicevamo all’inizio, che la qualità nonostante le defezioni è talmente alta che non si potrà mai pensare a un Team USA non favorito per la vittoria finale. Di certo farebbe bene a un’olimpiade veder giocare nella stessa squadra LeBron James, Kevin Durant e Steph Curry, anche se questo significa per gli altri lottare di certo solo per il secondo posto.
Nella psiche delle contender, con queste defezioni illustri si può provare anche il colpaccio, sebbene dopo le figuracce del passato è quantomai probabile che dal punto di vista psicologico e di approccio Team USA sappia di non potersi permettere un atteggiamento troppo leggero.
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