La speranza del "Grande Gatsby": Yogi Ferrell e il sogno NbaLa storia di Yogi Ferrell, del suo talento sconfinato e dei rifiuti subiti prima della chiamata di Dallas, qualche settimana fa
08.02.2017 18:45 di Domenico Landolfo
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L’Indiana, la terra sconfinata in cui campi e industrializzazione si scontrano con fare bellico e creano up and downs tra pochi isolati di distanza, un po’ il simbolo della grande America che era e che forse non ha perso la sua verginità, economicamente parlando. In Indiana il basket va per la maggiore, indimenticabile è Gene Hackman a ricordarci i suoi “Hoosiers” o le magliette bianche e rosse del college da cui è uscito, tra gli ultimi, Victor Oladipo. Quelle calze bianche rosso ed un paio di Adidas ai piedi, anche Michael Jordan una volta ci aveva pensato. Greenfield è il crocevia sulla Route 40 che connette l’Indiana con le principali città, dello stato e non solo, non un brutto posto per nascere, specie per Kevin Duane Ferrell jr, che poi tutti conosceremo come Yogi, non certo l’orso di Yellowstone che rubava i cestini da picnic, ma un ragazzo che di certo cattura l’attenzione con il suo modo di essere, fuori dagli schemi, fuori da ogni certezza. Se negli ultimi mesi si è tanto parlato (e a dovere visti i risultati) dei fratelli Ball che, tra college e highschool stanno battendo quasi ogni record, essendo stato costruiti come basketball androids, non pensate che i record giovanili sia qualcosa che venga fuori sotto dita di polvere del tempo. Se ci riferiamo a Yogi Ferrell, precorrere i tempi è la sua specialità, sorprendere il suo pane quotidiano, eppure fino a un mese fa o poco meno era solo uno dei tanti in Nbdl, bravo si, forse non abbastanza per il piano di sopra, almeno questo credevano i Brooklyn Nets quando lo avevano parcheggiato a Long Island, un po’ come il Nick Carraway degli anni 20’ di Fitzgerald. Eppure Yogi Ferrell era quel giocatore capace di strappare un contratto Adidas di quelli di cui vale la pena parlare fin dagli anni delle elementari, in cui si fa letteralmente a gara per vedere le sue gare, arriva alla High School con titoli e record che per tiri ed assist fanno davvero girare la testa, nonché migliora fin quasi all’inverosimile un crossover che puntualmente manda al bar gli avversari. Non vince nessun riconoscimento specifico, è secondo nel titolo di Mr Indiana Basketball alla spalle di Gary Harris (comprimario degli attuali Nuggets) e poi va al college, alla sua Alma Mater, in biancorosso come doveva essere. Ne esce 4 anni dopo ma è un undrafted, e qui il destino ci mette lo zampino, ponendo all’attenzione di Brooklyn un ragazzo irrequieto, dotato di grande mano e di sconfinato talento, ma incapace di esprimerlo sul campo, laddove è necessario. Panchina, Nbdl e un esordio nel derby della Grande Mela, dove è respinto con perdite, e di nuovo a Long Island, con la frustrazione dell’aver deluso tutti, ancor prima se stesso. La sua carriera si ricostruisce in Nbdl nell’ultimo anno e mezzo, le sue doti iniziano ad interessare anche i top club europei, perché sembra quella la sua strada, poi l’ecatombe di playmaker a Dallas, non certo l’attuale miglior franchigia della lega trasformano il destino di Jay Gatz ne “Il Grande Gatsby” che si prende la squadra sulle spalle, trasformando in oro le occasioni che gli vengono offerte. Debutta contro gli Spurs, a testa alta, marca a dovere Irving la sera successiva, al venerdì in prima serata spara 9/11 con la solita regia di chi fa il solletico al pallone, sempre delicato, preciso ed estatico, come solo i giocatori di talento sanno essere. Strano come si incontri un ragazzo che credeva in se stesso e nel suo sogno, senza mai poterlo realizzare, con la squadra dell’uomo che ha costruito a suon di sacrifici e di rischi la sua carriera, come Mark Cuban. Di certo il plenipotenziario dei Mavericks ha fatto un altro affare che proverà a mantenere in Texas il più a lungo possibile. Sarà divertente vedere cosa succederà al rientro di Harris e Williams, perché Coach Carlisle non è uno che concede minuti, ma il sogno continua e si tinge ogni giorno di pagine nuove, non frenetiche alla Jeremy Lin, ma di sicuro sottoposte a una qualità e a un talento senza fine, così come doveva essere. Nelle ultime settimane non sono pochi i salti dalla Nbdl al piano di sopra, si pensi anche ad Okaro White, che gli Heat hanno messo sotto contratto per due anni. Sognare è forse facile, realizzare è il difficile, ma sperare è ciò che ci aiuta a migliorarci. E Gatsby credeva nella speranza più di qualsiasi uomo sulla terra, perché forse il passato non si poteva ripetere, ma poteva di certo porre le basi per costruire il futuro.
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