Houston e l’ennesima analisi della sconfitta: "Verrà il nostro tempo"
Per la quarta volta negli ultimi cinque anni, Houston soccombe per mano di Golden State: tra errori ed occasioni mancate, cos'è successo?
Un anno dopo, Houston è punto e a capo, a raccogliere i cocci dell'ennesima sconfitta contro Golden State, la quarta eliminazione in cinque anni. Nonostante ciò, il proprietario dei Rockets, Tillman Fertitta, non si è certo dato per vinto: "Ci hanno bastonato nel nostro campo, ma ci riprenderemo. Non ci arrenderemo, faremo il massimo per migliorare la squadra e verrà la nostra ora. Hanno mostrato perché sono i campioni: impareremo da loro e torneremo più forti.".
Ma nel dettaglio, cosa devono imparare? I Rockets hanno una lunga scia di errori su cui recriminare, e come sottolineato da coach D'Antoni, devi essere perfetto per battere Golden State. Dopo lo 0-27 consecutivo da tre punti lo scorso anno, tra Gara 6 e Gara 7, in cui una Houston senza Chris Paul, ma comunque in vantaggio, aveva sprecato due match point, è arrivata una Houston incapace di portare la serie nuovamente a Gara 7 contro una Golden State senza Kevin Durant e "priva" per metà partita di Steph Curry, totalmente inesistente per i primi 24 minuti, conclusi tuttavia in parità.
Ogni volta, Houston ha qualcosa che non funziona: mentre nelle sconfitte passate il riflettore era puntato sull'evanescenza di James Harden nei momenti clou, o sulle condizioni fisiche di Chris Paul, i due futuri Hall of Famer hanno risposto presente con 62 punti combinati, arrivati anche con buone percentuali. La chiave, ironicamente, è stata la panchina: decisamente più profonda lo scorso anno, durante la Serie era stata comunque superiore rispetto a quella dei bicampioni in carica, mentre in Gara 6 è stata assolutamente impalpabile, a differenza di quella degli Warriors che ha contato sui redivivi Shaun Livingston e Kevon Looney.
Quando è mancata la panchina, ha risposto presente Andre Iguodala, sui livelli delle Finals 2015 concluse con l'MVP, prima dello show del numero 30 nel quarto quarto, con 16 punti negli ultimi 5 minuti, infuocando le retine del Toyota Center sotto gli occhi di Emilia Clarke. Rimanendo in ottica serie Tv, il GM Daryl Morey ha citato The Wire, con il celebre adagio "You come at the king, you best not miss". E mentre se per la per la volta precedente Houston poteva incolpare il destino cinico e baro, stavolta dal rimpianto si passa al rimorso. I Rockets probabilmente hanno perso l'ultima occasione per detronizzare i californiani, con il contratto di Chris Paul che impedisce qualsivoglia manovra di ristrutturazione, e l'orologio biologico della point god che corre inesorabile. La loro chance l'hanno avuta, ma se Golden State è vicina a vincere il suo quarto titolo in cinque anni, non è certo solo per la fortuna.
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