Simmons e Ingram le uniche certezze, come interpretare il Draft 2016Proviamo ad analizzare alcune delle decisioni più controverse di questo draft della NBA.
Il draft della NBA andato in scena questa notte al Barclays Center ha ufficialmente posto fine alla stagione 2015/2016, un'annata per certi versi irripetibile che ha incoronato campioni per la prima volta nella propria storia i Cleveland Cavaliers del 'Re' LeBron James dopo una regular season da sogno dei Golden State Warriors, autori della più vincente cavalcata nella storia del basket a stelle e strisce. Come al solito, anche quest'anno, in occasione della kermesse di Brooklyn, non sono mancate sorprese e colpi di scena che hanno stravolto piani e progetti di franchigie costruiti su mesi di osservazione, scouting ed opere di imbonimento ed adulazione. Hanno fatto eccezione in tutto questo bailamme le prime due scelte che, per tutti gli addetti ai lavori, erano consolidate e cementificate da dati, numeri e workout dagli esiti convincenti. I Philadelphia 76ers, reduci da una serie malinconica di stagioni disperate, hanno finalmente ottenuto la possibilità di essere i primi a scegliere e, con la complicità di un karma benevolo, hanno messo le proprie mani su Ben Simmons, la nuova sensazione australiana, talento cristallino da molti accostato, forse con eccessiva leggerezza, a LeBron James e Magic Johnson. La politica tafazziana di tanking selvaggio operata da Sam Hinkie negli ultimi anni, dunque, è stata in parte ripagata e il 'Process' può finalmente decollare. Con Okafor, Embiid (attenzione non ha mai giocato un singolo minuto in due anni), Noel e Simmons, i Sixers possono contare su di un front court dominante in ottica futura, ma senza nessuno che porti il pallone da una metà campo all'altra è difficile anche solo immaginare di giocare. Ed è per questo che Colangelo, vecchia volpe, ha cercato in tutti i modi di imbastire una trade in sede di draft per 'strappare' ai Boston Celtics la chiamata numero 3 in modo da assicurarsi i talenti di Kris Dunn, stellina di Providence, finita, invece, ai Minnesota Timberwolves con la pick numero 5 (Ricky Rubio, it's time to say goodbye). Dopo lo shock del #Mambaout, che ha chiuso l'epopea gialloviola con una passerella lunga 82 partite in giro per gli States, i Los Angeles Lakers ripartono da Brandon Ingram, da Duke University. Anche in questo caso, così come per Simmons, si è svolto tutto secondo i piani con LA che potrà contare sui talenti del filiforme lungo statunitense che lo sciocco giochino dei player comparison accosta ad un imberbe Kevin Durant. Di sicuro, proprio come la Durantula, anche Ingram sa essere mortifero in attacco, resta da scoprire se il suo morso potrà mai essere letale quanto quello del Mamba. Da una costa all'altra, da un pezzo di storia della lega ad un altro con i Boston Celtics che con la chiamata numero 3 hanno speso il nome di Jaylen Brown, scombinando i piani di tutti e gli altri 27 gm e provocando un effetto a catena. Con un back court iper affollato, i biancoverdi, rinfrancati da una pioggia di scelte, hanno puntato sull'ex California, in grado con la propria fisicità di occupare due ruoli e di integrarsi perfettamente con Crowder e Amir Johnson. Ai Celtics manca chiaramente solo (si fa per dire...) una stella per poter puntare a diventare una contender credibile. Non senza un pizzico di disappunto, i tifosi dei Suns hanno accolto in Arizona Dragan Bender, gigante bosniaco messosi in luce con il Maccabi Tel Aviv. Forse memori della pessima figura collezionata dai propri colleghi di NY solo un anno fa, i supporter di Phoenix si sono astenuti dal fischiare o dall'esibirsi in grotteschi e sonori 'buuuh' (tranquilli, questa volta nessuno ha pianto in diretta nazionale) anche perché proprio come per Porzingis la sensazione è quella di trovarsi davanti ad uno buono per davvero. Eccellente anche il pick dei New Orleans Pelicans che con Buddy Hield si assicurano un tiratore affidabile, maturo ed un agonista nato che può inserirsi perfettamente all'interno del roster dei Pellicani per togliere un po' di peso e pressione dalle possenti spalle di un Anthony Davis reduce dalla più complessa stagione della sua giovanissima e promettentissima carriera. Notevole, poi, la lucida (?) follia dei Milwaukee Bucks che con la numero 10 scelgono Thon Maker, la cui faccia di bronzo in sede di interviste post draft lo ha reso subito assai simpatico. Quella di John Hammond è la classica sliding door: genio visionario o eretico miscredente? A rendere ancora più pepata la notte del draft ci hanno pensato alcune trade destinate inevitabilmente a cambiare il volto della Lega nell'immediato futuro, e non solo. Gli Oklahoma City Thunder, atterriti dalla possibilità di perdere il free agent Kevin Durant, corteggiato senza mezzi termini da una dozzina di franchigie disposte a tutto pur di assicurarsi i talenti del numero 35, si sono mossi per costruire una squadra da titolo nella speranza che ciò sia sufficiente a convincere KD35. Il sacrificato sull'altare del Larry O'Brein Trophy è Serge Ibaka, spedito ad Orlando in cambio di Victor Oladipo, Ersan Ilyasova e Domantas Sabonis, il figlio del 'Principe del Baltico'. La scelta della dirigenza di OKC è quanto mai curiosa se si pensa che per massimizzare lo spagnolo, i Thunder avevano rinunciato a nientepopodimeno che James Harden. Ma d'altronde se Parigi valeva bene una messa, non vedo perché un Anello non debba valere altrettanto bene la sconfessione delle proprie decisioni. Non ci sono scelte italiane, ma il Draft ha coinvolto anche un nostro giocatore: è Marco Belinelli, che si è spostato da Sacramento agli Charlotte Hornets. L'azzurro è stato scambiato per la 22.a scelta (Malachi Richardson), e non si può fare altro che essere solidali con il dolore di DeMarcus Cousins. "Dio dammi la forza", ha implorato Boogie su Twitter, ma a volte l’uomo è straordinariamente, appassionatamente innamorato della sofferenza (dirigenza dei Kings mi rivolgo a te). Come ogni anno, anche in questa occasione (e forse di più), la notte del Barclays Center ci ha lasciato un mare di interrogativi. Ma va bene così: di solito tendo a dubitare sempre di chi non dubita mai di niente. Altre notizie - NBA
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