Steph Curry si presentava alla partita contro i Wizards con 50 punti nelle precedenti tre partite. Si parlava già di slump, difficoltà o appagamento e lui ha voluto fugare ogni dubbio andando a festeggiare da Obama con 51 punti sulla testa dei Wizards. Ormai è il volto della lega e rappresenta l'icona del miglior giocatore in circolazione, avendo spodestato LeBron Lames e avendo creato una specie di magia intorno a lui. Nei giorni scorsi ha rilasciato un'interessante intervista a Zach Lowe di ESPN, regalando spunti interessanti.
Ovviamente il topic che si fa sempre più insistente è il record di 73 vittorie: "Ne abbiamo parlato apertamente forse due volte tra di noi -ha ammesso- ma l'importante è arrivare sani e in forma per i playoffs, perchè ciò che conta è vincere il titolo. Dovessimo arrivare in buona posizione sul finire della stagione regolare, allora cercheremmo di cogliere l'occasione di fare la storia". Il suo gioco e quello degli Warriors è talmente monitorato, studiato e vivisezionato che in molti stanno cercando o di imitarlo o di trarne ogni insegnamento possibile per fermarlo. Curry è il protagonista del progetto "Degree MotionSense" che fa il tracking degli atleti per studiarne tempi di movimento, rilascio della palla e forza impiegata: "E' un'iniziativa molto utile perchè aiuta a migliorare giorno dopo giorno, ma quando gioco ovviamente non penso se ho impiegato mezzo secondo in più a tirare o messo meno forza nel crossover. Utilizzo questi dati in estate quando devo progredire e lavorare su alcuni aspetti del mio gioco, ma tutta questa mole d'informazioni va usata nel giusto modo".
I Warriors muovono la palla e creano tiri aperti da ogni posizione, ma l'etichetta jump shooting team non piace a Steph: "Non importa ciò che dice Charles (Barkley ndr.). Noi muoviamo la palla, giochiamo ad alti ritmi e creiamo tiri aperti piazzati per giocatori che sono in grado di segnarli. Siamo un jump shoot-making team".
Durante la scorsa stagione, però, nella serie contro Memphis tutto il flow era stato smarrito e sembrava che la squadra potesse crollare avendo perso la fiducia in se stessa: "E' vero abbiamo avuto difficoltà e abbiamo smarrito il nostro solito ritmo, ma dopo la sconfitta in gara 3 io e Draymond siamo andati al Blues City Cafè di Memphis, abbiamo fatto una cena a base di costine e qualche drink parlando di tutto fuorchè di basket. Dovevamo liberare la mente e rilassarci, infatti ci è servito per le successive partite".
Ora sono tutti sul suo carro, ma qualche anno fa quando le sue caviglie erano più fragili del cristallo e gli infortuni ricorrenti, la scelta dei Warriors di puntare su lui fu rischiosa: "Ricordo perfettamente quel momento. Ero quasi pronto a rientrare dall'infortunio ed eravamo impegnati a Sacramento. Ho fatto qualche tiro nel riscaldamento e tornando in spogliatoio appresi la notizia che Monta (Ellis) e Ekpeh (Udoh) erano stati scambiati con Milwaukee. Jackson venne da me e mi disse che era arrivato il mio momento e dovevo sfruttarlo al meglio. La cosa mi riempì di fiducia e oggi siamo qui a parlarne dopo un MVP e un titolo".
Nella notte del Superbowl la NBA anticipa le sue quattro partite per poi dare spazio al main event.
I Denver Nuggets di Danilo Gallinari espugnano il Madison Square Garden, anche grazie a un canestro da metà campo proprio del Gallo per chiudere il primo tempo.
Nei Knic...
Nella sedicesima puntata di Backdoor Podcast l'ospite è Meo Sacchetti, coach campione d'Italia ora senza una panchina a causa della sua separazione con la Dinamo.
Ci ha parlato della stagione in cui portò in Italia Drake Diener, ora suo figlio acquisito, e ...