Larry Sanders: una storia di basket e vita piena di difficoltà

Si avvicina al basket a 15 anni, esplode, firma il contratto della vita e poco dopo lascia tutto sul tavolo perché non è la sua vita.
08.03.2015 16:00 di  Simone Mazzola  Twitter:    vedi letture
Larry Sanders: una storia di basket e vita piena di difficoltà
© foto di Youtube

E’ difficile per le persone normali accettare che qualcuno rinunci a una posizione così privilegiata e ambita  come il giocatore professionista NBA. E’ il lavoro perfetto che mixa lo sport con la notorietà di una star e i guadagni di un magnate. Per tanti avercela fatta in NBA significa tenersi lontano o mettersi alle spalle una prospettiva di vita che li avrebbe portati a spacciare o finire direttamente in galera.
Poi c’è chi come Larry Sanders ha deciso che, dopo aver giocato una stagione incredibile nel 2012-2013 e aver portato a casa un quadriennale da 44 milioni di dollari, il basket NBA e le pressioni mediatiche non fossero la sua vita. Lo stress psicologico diventa qualcosa che nemmeno i milioni di dollari possono ripagare e quindi dopo un periodo di cura in ospedale decide di mollare tutto. A seguito della decisione si è aperto il cielo di un mondo indignato da tale scelta.

 

Larry Sanders Jr, figlio di Larry Sr. e di Marylin, nasce a Fort Pierce il 21 novembre 1988 e vive un’infanzia che nei primi anni è molto simile a quella di un bambino normale in armonia con i propri genitori e la sorella. Larry Sr. è molto famoso  perché viene ritenuto il miglior postino della città. Sa come e quando recapitare le lettere facendo amicizia con chiunque gli apra la porta della propria casa. Tutti lo conoscono e anche quando Larry Jr. gira per le strade, non viene riconosciuto per il nome ma per il fatto di essere suo figlio. Per Jr. papà è un esempio di grande lavoratore e genitore esemplare, ma ben presto questo mito viene sfatato.
Una sera è in camera con la sorella mentre mamma Marylin guarda la tv in salone. Fuori ci sono lampi degni dei temporali più prepotenti e quando Larry Sr. torna a casa sfoga la frustrazione della giornata su sua moglie picchiandola e spaccando tutto ciò che gli capitasse per le mani. La scena che si para davanti al piccolo Larry distrugge completamente la figura di un padre che si dimostra violento e manesco. Marylin subiva le angherie del marito già da qualche tempo, ma era riuscita a tenere nascosto tutto ai figli: “Non volevo che questo alimetnasse in loro il sentimento di odio.-disse Marylin- Era pur sempre loro padre e volevo che rimanesse un eroe per loro".
Purtroppo qualche giorno dopo deve prendere Larry e la sorella Cheyenne di sei e sette anni e andarsene di casa per salvaguardare la propria salute e l’incolumità fisica e psicologica dei propri figli.
Purtroppo non avevano un posto dove stare, quindi avrebbero dovuto cercare qualche rifugio di fortuna. “Nessuno ci voleva -disse Larry- e finimmo in un rifugio per donne maltrattate in cui io, mamma e Cheyenne dovevamo spartirci un letto”. Qualche giorno dopo vengono espulsi dal rifugio per aver ritardato a un coprifuoco e devono così trasferirsi dalla nonna, malata di artrite e diabete che viveva in una casa a Vero Beach già popolata da ben sedici persone.
La loro unica speranza è di non farsi trovare dal padre, perché se prima erano figli della strada e quindi difficilmente rintracciabili, ora diventavano un bersaglio comodo se li avesse voluti cercare. A causa del poco spazio vitale nella casa, Larry Jr. rimane per ore sul tavolo della cucina a disegnare vignette e copiare i disegni dei giornali per svagare la mente. L’unico modo per distogliere l’attenzione dai problemi che lo affliggono è quello di far volteggiare la grafite sul foglio e immaginare un mondo lontano da lì.

Marylin vuole essere il più presente possibile con i propri figli e non li lascia mai, tanto da lavorare solo nei momenti in cui  sono a scuola. Questo non impedisce a Larry di mettersi nei guai per un’endemico problema con l’autorità e di conseguenza con i professori.
Viene spostato quindi alla Baptist School Kilpatrick Christian Accademy, una scuola che non offre borse di studio sportive, ma dà molta importanza all’arte, unico suo vero interesse in quel momento.
All’età di 14 anni mamma Marylin concede al padre di rivedere i propri figli nel weekend, visto che la sua situazione di salute non è delle migliori a causa di diverse ulcere dovute a una vita sregolata e di solitudine. In quel periodo Larry fantastica su quello che avrebbe voluto fare da grande e pensa all’animatore di villaggi o al computer desing come possibili impieghi, sino a quando all’età di 15 anni entra nella palestra di Port St.Lucie High. Mentre guardava dei ragazzi giocare, viene adocchiato da tutti per la sua altezza. Si comincia a spargere la voce che c’è un 6-4 in palestra e come nel migliore dei telefono senza fili, in pochi attimi la sua altezza passa da 6-4 a 7-2 per fare sensazione. Anche Kareem Rodriguez, coach della squadra di basket viene a sapere della cosa e corre in palestra per reclutare immediatamente il giovane talento fisico. Il primo impatto non è granchè perché a Larry il basket interessa davvero poco. “Non ho mai giocato e non so cosa si debba fare in un campo.” dice al coach che non dandosi per vinto gli risponde: “T’insegno io”.
 

Alla fine del corteggiamento accetta di entrare a far parte della squadra, ma nella prima partita si esibisce subito mettendo a segno un autocanestro. Si capisce immediatamente che è molto attratto dalla parte difensiva del gioco e si diverte a stoppare tutto ciò che passa per l’area, anche perché dal padre oltre al temperamento, ha preso anche una grande coordinazione.
L’aspetto più importante quando si vuol fargli imparare qualcosa è il modo con cui s’interagisce con lui, perché utilizzare un tono di voce basso e accondiscendente gli trasmette tranquillità, mentre un’aggressione risulterebbe come lo sparo di uno starter per una rissa. Rodriguez ha sempre saputo come trattarlo e per questo motivo è riuscito a deviarne l’attenzione dai locali e l’arte al basket. Dopo il suo anno da senior va a Virginia Commonwealth, dove la squadra di basket gioca una bizzarra forma di pressione a tutto campo che colpisce subito il ragazzo tanto da fargli notare anche la grande alchimia del gruppo che definisce come una grande famiglia. Qui prende parte a lezioni di psicologia appassionandosi al tema delle violenze domestiche, situazione che aveva vissuto in prima persona anni prima. Il suo inizio a VCU non è di certo sensazionale, ma nella primavera del 2009 i Bucks mandano degli scout a una partita della squadra per visionare un giocatore interessante: tale Eric Maynor, ora a Varese.
Tornati in ufficio gli scout parlano di un lungo praticamente incapace di crearsi un tiro spalle a canestro, ma dall’incredibile talento fisico e dalla noteolve propensione alla difesa. Le sue cifre sono passate da 4.9 punti e 5.2 rimbalzi nel suo anno da freshman a 14,4 e 9.1 nel suo anno da junior e basandosi su questa rapida escalation i Bucks lo tengono d’occhio e lo scelgono alla quindicesima chiamata assoluta nel draft 2010.


Il ragazzo che non aveva mai toccato un pallone da basket fino ai 15 anni, ora è una pick NBA e durante una delle ultime partite a Virginia, Rodriguez che era lì ad assistere si sente toccare la spalla. Girandosi vede Larry Sr. con il quale aveva scambiato solo un’altra volta qualche battuta. Gli rivolge poche ma sentite parole: “Se è diventato il giocatore e la persona che è oggi, lo deve a te e ai tuoi insegnamenti”.
Ma ora arriva il momento di fare sul serio e intraprendere la vita come un professionista NBA. All’inizio era praticamente impossibile dargli la palla con uno scarico: “Non potevamo penetrare e passargli la palla -dice Dunleavy- perché non ne teneva in mano una”. Questo lo fece finire in fondo alla panchina, cosa che non gli impedì di prendersi sette tecnici che, considerato il tempo in cui stava in campo, sarebbero stati tanti anche per un Rasheed Wallace in ottima forma. Dopo la sua seconda stagione lavora incessantemente alla Img Accademy di Brandenton in Florida e l’anno dopo schizza subito in lizza sia per il difensore dell’anno che per il giocatore più migliorato della stagione. “E’ stata una specie di trasformazione notturna -dice Mbah A Moute- non ho mai visto un miglioramento così sensibile in una sola estate”. Dopo la stagione 2012-2013 firma un’estensione contrattuale di quattro anni a 44 milioni di dollari che pone fine così a tutti i problemi finanziari suoi e della sua famiglia. Proprio qui arriva il momento più difficile. Con un contratto del genere tutti si aspettano un salto di qualità ulteriore, perché quando porti a casa quelle cifre il tuo gioco viene minuziosamente sezionato e analizzato per trovarne punti deboli. Il talento tecnico non è mai stato il suo punto forte, ma le pressioni cominciano a farlo vacillare. Nel dicembre 2013 torna fuori prepotentemente il lato deteriore del suo carattere e durante una serata in un locale si rende protagonista di una rissa piuttosto feroce. Avvenendo questo qualche mese dopo l’accusa di violenza su alcuni animali, non mette propriamente in buona luce il giocatore. La rissa gli costa un infortunio al pollice che lo tiene lontano dai campi per un mese, ma è l’inizio di un vortice negativo che lo porta a non rientrare più realmente nel gruppo dei Bucks e finire in un grave stato depressivo causato dalla pressione psicologica a cui è sottoposto e che non è in grado di gestire. Prima dell’inizio della stagione 2014-15 comunica ai Bucks di non aver più intenzione di giocare a pallacanestro nel breve termine. Si scatena così un processo mediatico che produce delle supposizioni sui reali motivi della scelta e censura l’atteggiamento di un ragazzo fin lì controverso, ma addirittura ingestibile dopo la firma del contratto della vita.
Ad inizio 2015 decide di mettere a tacere tutte le avventate malelingue che hanno prodotto conclusioni affrettate sul suo conto. In questo video, girato per il sito playerstribune.com spiega di soffrire di una grave forma di depressione che lo ha portato ad essere ricoverato per un lungo periodo in ospedale. Dopo diverse cure è riuscito ad uscire dalle difficoltà, ma pur amando il basket non se la sente più di andare avanti. Esordisce dicendo di essere un uomo e un artista, affermando che la sua salute e il fare ciò che lo appaga sono la cosa più importante per lui. Transa così il suo contratto con i Bucks lasciando sul piatto la metà dei soldi, ma non escludendo un giorno di tornare a giocare.
Una scelta difficile, coraggiosa e sicuramente non giudicabile da chi è esterno alla vicenda.


Non è stato il primo caso di fuga dalla notorietà, perché come lui ha fatto anche l’attore Dave Chappelle lasciando sul tavolo 50 milioni di dollari per una nuova stagione del suo programma con l’intento di andare a vivere in Africa. Molti avevano pensato lo facesse per drogarsi, ma non fu così, volle solo prendere la vita più alla leggera senza le pressioni mediatiche di una star e dal continente nero non tornò più.
E’ già difficile di per sé arrivare ad essere una star e poter giocare a basket guadagnando milioni di dollari, diventando un vero e proprio esempio per tutti i giovani, ma forse è ancor più difficile mollare tutto all’apice del successo perché quella non è la vita che vuoi condurre e non ti sta rendendo l’uomo che vorresti essere. Con tutte le contraddizioni del suo carattere e della sua storia, prendere una decisione di questo tipo è complicato e per questo va accettata e onorata di un merito che in pochi sarebbero stati in grado di meritare.

 

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