Matt Barnes: trash talk con gli avversari, amico con i compagni

La storia di uno dei giocatori più particolari e controversi della lega, con tanti tatuaggi, ma un animo nobile.
10.05.2015 16:00 di  Simone Mazzola  Twitter:    vedi letture
Matt Barnes: trash talk con gli avversari, amico con i compagni
© foto di twitter

“Quando giocavo contro di lui lo odiavo. E quando dico odiavo so perfettamente il significato. Da quando ce l’ho come compagno posso dire che è uno dei migliori. An unbelievable teammate.” Chris Paul.
Questo è il sentimento che hanno provato in tanti quando si sono trovati davanti Matt Barnes, giocatore molto vocale e dalla grande cattiveria agonistica che non gode di grande rispetto dagli avversari, ma è molto considerato dai compagni. JJ Redick ha giocato con lui a Orlando per una stagione nutrendo lo stesso dubbio di Paul, ma nonappena lo ha ritrovato a Los Angeles è stato felicissimo: “Chiedete a tutti i compagni che ha avuto nella sua carriera. Vi diranno che è il migliore che abbiano mai conosciuto”.

Barnes nasce il 9 marzo 1980 a Santa Clara, California, in una classica famiglia in cui la madre è presente, mentre il padre presto rivela la sua natura, lasciando fondamentalmente a piedi figli e moglie. Papà Henry conduce una vita apparentemente normale facendo il macellaio, ma una volta chiuso il negozio escono dall’armadio gli scheletri che lo trasformano in uno spacciatore. Questo obbliga molto presto Matt a prendersi cura dei fratelli minori. Spesso nei weekend, momento di massimo traffico d’affari, si trova ad assistere alle lotte fisiche che deve combattere il padre contro chi va a fornirsi da lui oppure non ha pagato la dose del giorno prima. Henry gira sempre con un coltello o una pistola in macchina, ma negli scontri fisici non usa nessun’ arma contundente, picchiando come i migliori pugili per punire i negligenti. In quel momento Matt capisce che di papà non può fidarsi e soprattutto lo porterebbe sulla cattiva strada. I suoi sentimenti verso chi gli ha dato la vita sono assai contrastanti tra l’odio per aver mollato tutto e comunque l’affetto che si prova per un genitore. Di sicuro in campo ha preso l’istinto da combattimento che aveva visto in gioventù, ma utilizzandolo anche semplicemente per difendere i compagni. Le sue risse sono ormai celebri: nel 2008 si azzuffa con Rafer Alston, nel 2009 scaglia il pallone addosso a un tifoso in tribuna, nel 2010 spara a zero sugli arbitri, lottando poi con Blake contro Terry(2012) e Greg Stiemsma (2013) per chiudere con una bottiglia d’acqua lanciata in tribuna. Ad un’approssimativa stima nella sua carriera sino ad oggi ha lasciato sul piatto 500.000 dollari in multe e sanzioni. Nelle ultime ore ha deciso di arrotondare questa cifra, prendendo altri 50.000$ di multa per degli epiteti non proprio edificanti sulla madre di James Harden. Come spesso è successo, poi si è scusato pubblicamente, ma intanto il danno è stato fatto, con il Barba e con il suo portafogli.

Questa lotta per i compagni e gli amici lo lega in modo particolare alle persone che sono passate per la sua vita. Il suo migliore amico Crystal Dahl è sempre con lui sin dai tempi del college, quando si divertivano a pensarsi come delle star del cinema cambiandosi i nomi. Il nome d’arte di Matt sarebbe stato Matthew Kelly e ogni tanto quando si sentono al telefono Crystal lo chiama ancora così: “Quando diventi suo amico lo sei per sempre” ha detto Crystal- “possiamo stare anche un mese senza sentirci, ma quando risuccede è come se non ci fossimo mai lasciati”.
Tutta la sua carriera è basata sul rapporto d’amore e odio con se stesso e con il mondo. Nel 2007 mamma Ann muore di cancro, privando Matt dell’unico esempio della sua vita, trascinandolo in un vortice negativo che ha influito notevolmente sul suo gioco. Nonostante la gravissima perdita Matt il giorno successivo è in campo a lottare con i suoi compagni, convinto che quello sarebbe stato il volere di mamma. Lo stupore dei compagni nel vederlo al suo posto è davvero grande e Baron Davis gioca per un periodo con un braccialetto riportante il nome di Ann per onorare l’amico. Il resto della stagione è stato un incubo, prima a causa di un infortunio e poi per un vortice di sentimenti negativi che lo pervadevano. In quel momento ha capito di voler far qualcosa per far sì che tale perdita fosse comunque onorata e crea così la fondazione “Atleti contro il cancro”. Oltre a questo si dedica a tante altre attività come far parte di una casa produttrice di film, fare l’analista per l’NFL e provare a diventare sindaco di Sacramento.

Per ora il suo primo impego è ancora il basket e dopo esser stato scelto nel 2002 dai Grizzlies con la numero 46, comincia a capire cosa sia l’NBA nel suo passaggio ai Sixers. Con un contratto da matricola e per questo non molto remunerativo, si trova spesso a uscire con Allen Iverson, leader della squadra, il quale lascia sistematicamente 30/40000 dollari a serata sul tavolo. Quella cifra è vera e propria follia per Matt che con quei soldi avrebbe fatto ben altro, ma questo gl’insegna cosa voglia dire essere una star nella NBA. Sempre nella sua esperienza a Philly incontra la persona che odia di più all’interno della lega: Mo Cheeks.
Un giorno mentre si stava allenando, il coach passa e gli dice che non sarebbe stato necessario allenarsi sul tiro visto che non ne avrebbe mai preso uno. In una partitella di qualche giorno dopo Matt tira e segna, ma Cheeks interrompe tutto chiedendogli perché lo avesse fatto. La risposta era inevitabile: “Ho fatto canestro, dove sta il problema?”, ma la ribattuta fu deleteria:  “Ecco perché non giocherai mai”. In quel momento Matt parte per sistemare la faccenda da uomo, ma viene fermato da Webber e Iverson appena in tempo.
Questo episodio torna d’attualità quando, una volta passato ai Warriors, arriva in città proprio Philadelphia ancora allenata da Cheeks. Matt si prende la rivincita di segnarne 25 con sette triple, dedicandone una per una proprio all’ex allenatore.
L’efficacia del suo gioco è direttamente legata alle sue motivazioni e alla voglia che ha di rivalsa verso sé e gli avversari, tant’è che quando si sente poco motivato oppure relativamente carico, va sul proprio profilo twitter per leggere commenti negativi e insulti per motivarsi.

Non ha mai nascosto di essere un trash talker e un giocatore duro in grado di dare il meglio contro i migliori. In quanto tale ha anche stilato una classifica di quali, secondo lui, siano i giocatori più duri della lega: Draymond Green, Kevin Garnett, Andrew Bogut, LeBron James (ogni tanto) e Chris Paul.
C’è anche Kobe Bryant che con lui ebbe diversi alterchi di natura parlata e fisica, ma questi gli portarono il rispetto proprio di KB24 sfociato poi nella offseason del 2010 in una chiamata per giocare ai Lakers appena prima che firmasse per i Raptors. Kobe lo ha voluto dalla sua parte dicendo: “Se qualcuno è cosi pazzo da provocarmi quando gioca contro di me...è sufficientemente pazzo da giocare con me.”
Ovviamente dalla parte opposta della classifica c’è James Harden che lo manda letteralmente fuori di testa simulando e inducendo gli arbitri all’errore. Ma lui non si fa intimorire perché è anche uno studioso del gioco e Blake Griffin prima di una trasferta si è molto stupito di come si applichi nel conoscere gli avversari. In trasferta verso Washington andò da lui in fondo al pullman per dirgli una cosa e lo trovò immerso nell’Ipad per studiare i movimenti di Pierce, Porter, Butler, Wall e Beal, ovvero i giocatori che avrebbe dovuto potenzialmente marcare. Così è riuscito a limitarli quasi tutti, tirando fuori dalle staffe anche un professionista del settore come Pierce.

“Io sono un gregario, un uomo con la valigia -ha ammesso- che non ha mai firmato un contratto per più di due stagioni senza mai arrivare alla mid-level exception (5.3 milioni)”. Forbes l’ha nominato come giocatore più sottopagato dell’NBA attuale, anche perché è nei top 100 ogni epoca per effective field goal percentage e nei top 40 in questa stagione per real plus minus. D’altra parte ci sono due NBA differenti: una è quella popolata da Durant, James e Paul dove i soldi si contano a colpi di tre zeri e la licenza di far esonerare i coach, e l’altra dei gregari che hanno una longevità di 4.8 anni medi nella lega e sono sempre a un infortunio dallo sparire dai radar. Ha anche affermato che a tal proposito dovesse mai vincere un anello se lo farebbe fare appositamente per il dito medio, mostrandolo con orgoglio a tutti quelli che non hanno creduto in lui in questi anni.

Tutto questo fa ampiamente parte di un personaggio controverso e difficile da capire.
Nonostante questo ci sono tanti interessi al di fuori dal campo, la stima di chi lo conosce direttamente come persona e professionista, quindi per tutti è necessario dare il beneficio del dubbio andando oltre ai tatuaggi che gli tappezzano il corpo, la lingua lunga e le proteste con gli arbitri, perché fermarsi alle apparenze è facile, provare ad andare oltre lo è molto meno.

LEGGI LE ALTRE NBA STORIES

Matt Barnes: trash talk con gli avversari, amico con i compagni
Russell Westbrook: un cuore d'oro con la competizione nel sangue
Javaris Crittenton: dal dominio su LeBron al narcotraffico e le gang
Steve Nash: la capacità di essere i migliori in campo e fuori
Giannis Antetokounmpo: dalle finte Vuitton a volto futuro dei Bucks
Larry Sanders: Una storia di basket e vita piena di difficoltà
Anthony Davis: dall'insulto di Calipari al dominio in NBA
Michael Kidd-Gilchrist: anche chi gioca in NBA, non sa tirare in sospensione
Hassan Whiteside: salvare le gambe da un incidente e dominare l'NBA passando dal Libano
Nick Young: il suo magico mondo dalla morte del fratello al museo delle scarpe
Il dodicesimo uomo e l'arte di sventolare asciugamani
Lauren Holtkamp: essere donna e arbitrare un mondo di uomini con autorità
Bobby Phills: una carriera stroncata, ma un'amicizia che non muore mai
Chick Hearn, quando una voce rimane nella storia dello sport
Rajon Rondo, lo scherzo della natura e l'arte del playmaking
Kobe Bryant: dagli zero punti in un torneo al sorpasso su Jordan
Mario Elie, il cagnaccio e il "bacio della morte"
Juan Dixon: da un'infanzia tremenda alla casa di Maryland
Jason Collins, il primo giocatore apertamente gay si ritira
Ben Uzoh, una tripla-doppia NBA, senza la sensibilità del braccio
Scampato alle pallottole, Marcus Smart si gode l'NBA