La forza di credere in un sogno: la storia di David Nwaba

Un ragazzo che non ha mai smesso di inseguire il suo sogno
13.03.2017 18:46 di Domenico Landolfo   Vedi letture

Era settembre, David Nwaba era a faticare sodo in una palestra di Reno, Nevada, aveva “acquistato” un open tryout con la squadra locale della Nbdl, i BigHorn, con la consapevolezza che se anche stavolta fosse andata male, non ci sarebbe stato un “giorno dopo”. Quando il 1 marzo ha messo finalmente piede sul parquet dello Staples Center, con la casacca gialloviola dei Los Angeles Lakers, poteva guardare a quelle luci là in alto e sapere di avercela fatta: un giocatore Nba, seppur con un decadale, giusto ieri riconfermato per ugual durata.

Per spiegarvi cosa possa aver significato questo momento per un ragazzo come Nwaba, bisogna fare un’attenta ricognizione a chi è come persona, ancor prima che l’atleta. Un ragazzo sensibile, che si preoccupa del prossimo ancor prima che di se stesso, sul campo ma anche e soprattutto nella vita, che fin da bambino ha sognato tra i playground losangelini, quelli della sua città, quel momento in cui avrebbe vestito una maglia importante, perché niente sarebbe stato più importante del “play the game”. Certo, in 24 anni, in cui magari sei stato tifoso dei Lakers e il classico ragazzo che, da una famiglia normale, non ha certo la possibilità di vedere se non pochi incontri della tua franchigia, passare a viverla mentre la storia si scrive deve essere qualcosa di magico.

Prima di quel momento, però, le porte in faccia subite sono state tante, forse troppe. Alla High School era in un progetto off radar, viaggia a 22 e 11 rimbalzi a partita ma non riceve borse di studio per poter andare al college. Lui però è ostinato, vuole continuare i suoi studi per “ottenere una laurea” – per sua stessa ammissione - ma ancor di più non sa rinunciare alla pallacanestro. Qui il destino ci mette lo zampino. Da Los Angeles alle Hawaii è un viaggio significativo ma non impossibile, spesso ci si passano più delle semplici vacanze ed il ragazzo sa che lì si può provare a continuare a inseguire il suo sogno. Non hai speranze in Division I, quindi tanto vale mettere altro fieno in cascina.

Si iscrive e, come redshirt, partecipa al programma di pallacanestro della squadra collegiale locale, migliora i suoi numeri e le sue prestazioni scolastiche e dopo il suo anno da freshman torna a casa, al Santa Monica Junior College. Qui il suo rendimento accademico subisce un autentico cambio di prospettive, è sempre in fase di recupero per quei crediti e quelle milestones necessarie per poter ricevere una chiamata da un college di Division I. La laurea non è un accessorio, anzi, in questa fase la scuola prende il sopravvento, ma la fiamma della palla a spicchi cova ancora sotto le ceneri, o meglio sotto le sudate carte di tante ore di “studio matto e disperatissimo”.

La chiamata arriva, puntuale, da parte di Cal Polytechnic State, che sarà un piccolo ateneo di San Luis Obispo, in California, ma gioca in Division I ed ha una squadra di pallacanestro, discreta nulla di più. È la squadra giusta, un underdog alla sua prima apparizione nel torneo della March Madness, dove addirittura arriva l’upset contro Texas Southern al primo turno, anche se ai 32esimi c’è Wichita State che spazza ogni sogno. Il sogno universitario americano continua, c’è la laurea in sociologia, ideale per un ragazzo che crede nei suoi sogni e non sa rinunciarvi finchè non li ha raggiunti.

Per quanto dichiaratosi eleggibile al Draft 2015, il suo nome non è chiamato, come era lecito preventivare, né riceve offerto per giocare da parte di squadre della lega di sviluppo. In pochi lo hanno visto giocare, in pochi conoscono la sua storia e sanno cosa può offrire la sua motivazione. Ancora una volta, però, non si arrende, e continua a giocare, per strada, provando a stupire in qualche showcase organizzato. Ad uno di questi, sempre nella sua Los Angeles, uno degli allenatori dei D-Fenders nota la sua apertura alare, le sue mani veloci e la sua voglia pazzesca, e gli offre un posto in un tryout a porte chiuse.

Incerto se arrivare al mondo Nbdl, si presenta assieme ad altri 60 giovani che vengono valutati da Coby Karl, coach dei D-Fenders, che oltre ad essere stata una guardia passata anche dalle parti di Milano è soprattutto visto da tutti come il figlio di George Karl, un santone tra gli allenatori Nba, che però non trova in lui ciò che cerca. Forse perché non va bene, magari quel provino ha qualcosa di sbagliato, ma l’esperienza gli fa capire che l’organizzazione Nbdl può rappresentare un’occasione versa di inseguire il sogno cestistico. Spamma in continuazione mail ai coach delle varie franchigie, chiede un’opportunità, arriva persino a presentarsi ad un provino a pagamento per 150$ con i Reno BigHorn, il punto da cui siamo partiti, che lo aggregano per il training camp. Si dichiara eleggibile per il draft NBDL e chi lo chiamano? I D-Fenders, nel suo ritorno, ennesimo, nella sua città natale, addirittura mettendo mano ad un complesso giro di trade per averlo dalla franchigia del Nevada che lo aveva recruitato per la preparazione.

I suoi inizi sono col freno a mano tirato, ma progressivamente al suo immenso lavoro in difesa ne segue una crescita in attacco, che gli dà quella dimensione mancante che fa la differenza. Fine Febbraio, lunedì mattina, giorno di pausa per tutti i D-Fenders e David è a casa con i suoi, quando arriva una chiamata dal cellulare. “Coach Karl vuole parlarti nel suo ufficio”. Aveva pensato a qualche ruolo manageriale o di training di qualche affiliata, ma quando arriva scopre che è arrivata la chiamata dal piano di sopra, da coach Walton, che lo vuole a rinforzare i Lakers.

Il sogno diviene realtà, quando con 10.51 rimanenti nel quarto periodo della gara contro gli Hornets, coach Walton che ha bisogno di fermare l’attacco di Charlotte decide di gettare nella mischia la recente acquisizione: si francobolla a Kemba Walker, lo limita come può, i Lakers sono quello che sono e perderanno quella gara, ma per qui 4 minuti in cui Nwaba è in campo restano avanti, lottano, fanno qualcosa di magico. Neache a dirlo i suoi primi punti arriveranno la sera successiva, contro i Boston, nel match più sentito per qualsiasi losangelino che sanguina in gialloviola. Proprio ieri la conferma per altri 10 giorni, ma non conta il tempo effettivo passato sul campo o a roster, il suo sogno è realizzato, il cerchio è chiuso e la sua storia, merita di essere raccontata. Perché credere nel proprio sogno è qualcosa che ci spinge a saltare, oltre ogni confine, rendendoci, magari solo per qualche secondo, immortali, ed è per emozioni del genere che vale la pena lottare.